martedì 11 novembre 2014

Crescita economica e parità di genere vanno di pari passo




 Signor Presidente, tutte le mozioni sulle politiche di genere in discussione mettono al centro il tema del lavoro delle donne, giustamente. Il problema è che il lavoro femminile non sta al centro delle politiche del nostro Paese. Questo è il problema, perché, dopo quindici anni dalla Strategia di Lisbona, che già nel 2000 aveva presto l'obiettivo del 60 per cento di presenza femminile nel mercato del lavoro entro il 2010 – target, tra l'altro, poi successivamente aumentato –, noi siamo ancora sotto il 50 per cento, fanalino di coda in Europa, in compagnia di piccoli Paesi, come Cipro e Malta. Una conferma che i Paesi del sud Europa hanno tardato ad affrontare il problema, soprattutto per ragioni culturali e di scarsa consapevolezza. 
  I modelli culturali della divisione sessuale dei ruoli nel lavoro continuano, nei fatti, a permanere, nonostante tanti bei discorsi. I numeri sono semplici e di un'evidenza lampante in quanto a contributo del lavoro delle donne al PIL. Il 60 per cento significa che, se sei donne su dieci lavorassero, il PIL ha salirebbe del 7 per cento e se a questo si aggiungesse parità di reddito, l'aumento sarebbe del 32 per cento. Invece, oggi, sempre più donne perdono il lavoro e sono costrette, in tanti casi, a rinunciare ad essere madri; quindi, si pone anche il problema demografico. 
  Il problema di fondo è che in molti Paesi, tra cui il nostro, l'economia e la parità di genere sono considerati due settori distinti, separati, perché non vengono riconosciuti forti legami che li uniscono. Già qualche anno fa, il professor Maurizio Ferrera, nel suo libro Il fattore D affermava che in Italia manca una stabile coalizione pro-donne e che la vera ragione per cui non si fanno progressi per l'uguaglianza di genere nell'ambito dell'occupazione, ma non solo, non è solo di natura economica, ma culturale e politica. 
  In altri Paesi, il tutto si è avviato quando si sono formate coalizioni pro-donne in seno alla classe dirigente del Paese: imprenditori, politici, intellettuali, sindacati. Da noi questo non è avvenuto e ci sono state singole, lodevoli iniziative, apprezzabili sforzi estemporanei, ma mai una vera coalizione pro-donne con continuità e sistematicità di azione. Ci vogliono consapevolezza della necessità di un disegno complessivo, grande impegno, chiarezza di idee; ci vogliano azioni mirate, coerenti, continue, a più livelli; ci vuole pluralità dei soggetti coinvolti. Ma da noi sono difficili le azioni coordinate, anche o, forse, soprattutto, a causa della cultura ancora così legata alla divisione sessuale dei ruoli e della logica di funzionamento del nostro sistema politico: due elementi che sono, purtroppo, all'origine di questo e di tanti altri problemi del Paese.
 Si apra, quindi, nel Parlamento, con una sessione dedicata, una discussione pubblica su questi temi, che stimoli il dibattito e dia avvio ad una coalizione pro-donne.
 e il nostro voto sarà favorevole per tutte le mozioni, con sospensione di giudizio per quella a prima firma del collega Rondini 

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